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NOW THEY HAVE REALLY GONE BANANAS

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NOW THEY HAVE REALLY GONE BANANAS
di Giulia Bartolini

📍 Lunedì 20 luglio
🕗 Ore 20:00
📍 Teatri dei Fabbri – Trieste
⏱️ Durata: 50 minuti

con Annamaria Ghirardelli*, Stefano Iagulli*, Jonathan Lazzini
lettura scenica a cura di Federico Bellini
produzione Tinaos

SINOSSI

Una nave cargo attraversa l’Atlantico da Puerto Limón a Rotterdam trasportando 18.000 tonnellate di banane: il più grande carico mai importato in Europa. A guidarlo è Martin Keller, commerciante italo-tedesco, marito, padre, per la stampa il nuovo “OPEC delle banane”, il simbolo di un mercato capace di piegare il mondo alla logica della produttività.
Durante la traversata arriva una nuova direttiva dell’Unione Europea: le banane commerciate, scaricate, immesse sul mercato, dovranno avere una curvatura massima di dodici gradi: praticamente dritte. Keller non può tornare indietro, non può scaricare, non può vendere. Mentre l’equipaggio cerca disperatamente di misurare, separare, correggere e raddrizzare migliaia di tonnellate di frutta, il viaggio si trasforma lentamente in un incubo grottesco e metafisico, dove la logica economica invade i corpi, le famiglie, il linguaggio e persino il desiderio.
Now They Have Really Gone Bananas è una satira feroce e grottesca sul mondo delle merci, la burocrazia europea, sul collasso dell’umano, la fine della carne. Naufragio collettivo di un’Europa che continua a raddrizzare tutto, fino a perdere la propria curvatura umana.

NOTE DI DRAMMATURGIA

Nel 1994 l’Unione Europea approva il regolamento CE 2257/94 sulle norme qualitative delle banane: una riga del testo stabilisce che i frutti devono essere “privi di deformazioni o curvature anomale”.
Qualche giorno dopo il tabloid britannico The Sun pubblica un articolo che scoppia: “Now they’ve really gone bananas”. La stampa inglese trasforma quella normativa nel simbolo dell’assurdità burocratica europea: Bruxelles che vuole vietare le banane curve.
Negli anni quella storia -vera, falsa, deformata, mitologica -diventa qualcosa di più grande di una semplice fake news: l’immagine perfetta di un continente ossessionato dalla regolamentazione della realtà. Persino Boris Johnson citerà più volte le “bendy bananas” durante la campagna per la Brexit. Da qui nasce il testo.
Non mi interessava però fare teatro “contro” l’Europa o una satira politica tradizionale.
Il problema non è la banana o il suo difetto. Il problema è il bisogno ossessivo di raddrizzarla.
La nave cargo diventa un microcosmo dell’Occidente contemporaneo: un luogo sospeso sull’oceano dove uomini e merci convivono dentro un sistema produttivo ormai completamente scollegato dalla realtà umana. Mentre il carico procede verso Rotterdam, anche i personaggi cominciano lentamente a deformarsi, a perdere contatto con la propria carne, con il proprio desiderio, con il proprio linguaggio.
Tutto è corpo nel testo. La nave stessa ha una rotta, una spina dorsale, una direzione da mantenere. Deve andare dritta verso Rotterdam, rispettare tempi, protocolli, coordinate. Ma lo stesso comandante non riesce a evitare la curva della rotta e così la nave diventa la schiena di Keller, a sua volta corpo maschile contemporaneo sotto norma: corpo che deve essere marito, padre, commerciante, europeo, uomo d’azione, maschio.
Il testo lavora quindi su una progressiva frattura della carne: la carne della frutta, la carne del corpo, la carne familiare, la carne politica dell’Europa. Tutto ciò che è vivo viene sottoposto a una violenza di forma ma quanta correzione può sopportare un corpo prima di rompersi?
Anche la lingua segue lo stesso destino. All’inizio è grottesca, burocratica, commerciale, quasi amministrativa: parla di norme, gradi, carichi, rotte, categorie, misure. Poi lentamente si incrina. La parola perde la sua funzione ordinatrice e comincia a curvarsi anche lei. Diventa ripetizione, ossessione, inciampo, invettiva. Diventa corpo sonoro. Diventa poesia, non perché si alzi sopra la realtà, ma perché sprofonda dentro la sua deformazione.
Mi interessava che la drammaturgia non raccontasse semplicemente un collasso, ma lo incarnasse nella propria forma.
La nave si piega, Keller si piega, la rotta si piega, la lingua si piega. E più tutti cercano di rimanere dritti, più la curvatura diventa inevitabile.
In questo senso Now They Have Really Gone Bananas è una tragedia della verticalità. Racconta un mondo che ha scambiato la rettitudine per salvezza, la norma per giustizia, l’efficienza per vita. Un mondo che non tollera più la curva: cioè l’imprevisto, il desiderio, il fallimento, la fragilità, il corpo.
Alla fine, non resta una tesi sull’Europa, ma un’immagine: una civiltà che continua a raddrizzare la materia viva finché la stessa materia si vendica, si spezza, canta, affonda.

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