BANCHETTO
di Matthieu Pastore
📍 Domenica 19 luglio
🕘 Ore 21:00
📍 Teatro dei Fabbri – Trieste
⏱️ Durata: 60 minuti
con Jonathan Lazzini, Ksenija Martinovic e un attore/ice in via di definizione
lettura scenica a cura di Federico Bellini
produzione Tinaos
prix Théâtre 13 & prix SACD 2020
nota drammaturgica
Organizziamo una festa. Adagiamo sui divani di casa, una sera di sete e di gioia, le persone che stimiamo. Solo gente che sappia bere, divertirsi e parlare.
Ascolteremo, in sottofondo, le playlist morbide delle dolci serate.
E poi, svuotati i bicchieri e le bottiglie, quando non si saprà più cosa dire, ascolteremo quei brani piacevoli, un po’ rétro, un po’ kitsch, i pezzi che ascoltiamo in auto o facendo le pulizie e che, attraverso il flusso degli algoritmi, finiscono per scorrere tra gli interstizi delle nostre solitudini comuni.
È ancora presto, abbiamo bevuto, un po’, siamo felici, certo, ma quelle parole, quelle rime idiote, quegli accordi minori sulle corde di una chitarra, riaprono improvvisamente un vuoto, fanno risuonare una mancanza. E improvvisamente cominciamo a pensarci, a quel baratro che non si colma mai del tutto e che ci tenta, che ci protende tutti e tutte verso l’amore.
E lì, come Alcibiade e Agatone, come Socrate ed Erissimaco, ci si mette a parlarne, ad evocarlo, a riviverlo, a ridere e a piangere.
Quando ho deciso di lavorare sul Simposio di Platone, uno dei miei primi obiettivi è stato quello di interrogare il concetto di Eros da un punto di vista linguistico.
Se si tratta di teatro, bisogna interrogarsi sul valore delle parole – sul loro senso e sull’azione che possono generare: quale gesto performativo ci si deve, ci si può aspettare? Le parole per parlare di affetti sono numerose, in greco, ma Platone sceglie, nel Simposio, di parlare solo di Eros e di eros, di un dio che porta lo stesso nome di ciò che rappresenta: il desiderio fisico.
Eppure, nelle traduzioni di cui disponiamo, le parole ‘amore’, ‘desiderio’ ed ‘eros’ sono impiegate per tradurre lo stesso vocabolo greco; un vocabolo, ‘eros’, che più lo si osserva, più lo si interroga, più ci si avvicina, più sembra al tempo stesso spogliarsi e rivestirsi delle infinite stratificazioni che la storia letteraria e culturale ha collocato nella stretta e abissale fessura tra il desiderio e l’amore. La parola ‘amore’, così come noi la intendiamo – ammesso che la intendiamo tutti allo stesso modo – non ha una traduzione letterale nella lingua di Platone e, tuttavia, nessuno potrebbe negare che sia proprio l’amore il soggetto centrale nel Simposio, talvolta persino nelle sue accezioni più romantiche.
Perché è proprio di questo che si tratta: perché comprendiamo ‘amore’ quando sentiamo ‘desiderio’? O, per parafrasare Raymond Carver: ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?’. Questo testo riflette su questo, su quel minuscolo ed infinito fossato che ci conduce e ci smarrisce dal desiderio all’amore.
Su quella fragile lacerazione, anche, su quella constatazione della mancanza che ci spinge nelle braccia dell’altro: non è forse questo il senso etimologico del desiderio, il rimpianto doloroso di un astro che non c’è più? È così che la filosofa Chantal Jacquet descrive il desiderio nella sua opera eponima (‘Il desiderio sembra il triste privilegio di un essere in preda alla mancanza e all’imperfezione. […] Chiunque non desideri è o una bestia o un Dio’). Ed è proprio questo aspetto del Simposio che mi tocca di più e che interroga il lettore contemporaneo che sono; il lettore non filosofo, anche, che desidera condividere queste domande con gli altri, con gli spettatori, con il pubblico, e ‘offrire un banchetto’ dove, tutti e tutte, possiamo chiederci cosa significhi innamorarsi.
A questo banchetto ho invitato sette personaggi, sette persone, come in quello di Platone. Da un punto di vista drammaturgico, la cornice che mi sono prefissato non è né più né meno quella di Platone – quella che si ritrova anche in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Carver. Sono persone che parlano d’amore bevendo e così si rivelano, si svelano, rimettono in scena la propria vita amorosa e, forse, la rimettono in gioco.
Mi piace ciò che dice Ruwen Ogien, in Filosofare o fare l’amore, a proposito del posto che Platone dà all’alcol nel Simposio: ‘L’amore era un soggetto così futile da non poterne parlare con la testa completamente a posto? Oppure ha pensato che l’amore fosse un soggetto così serio, così importante (importante quanto la filosofia stessa) che non se ne potesse parlare liberamente se non dopo aver superato una certa forma di timore reverenziale, essendo probabilmente l’ebbrezza uno dei modi migliori per riuscirci?’.
Se si tratta dunque di proporre un banchetto contemporaneo, vorrei che l’alcol di cui parla Ogien sia la possibilità per i personaggi di dare al corpo un posto centrale, performativo, forse, in ogni caso liberatorio per la parola; dall’estrema fiacchezza contemplativa e annoiata dei personaggi di Platone, alla nervosità animale del Mel McGinnis di Carver, fino alla frenesia, infine, dei banchetti di oggi, dove si beve sempre, dove soprattutto si danza, e dove si fa l’amore più di quanto se ne parli.
Not a musical. not at all, è una promessa sotto forma di sottotitolo. Quella di prendere in prestito dal genere popolare del musical quell’emozione che ci travolge, quella di afferrare il kitsch delle ‘canzoni-poesia di oggi’, come le chiama Ogien, perché sanno ‘imprimersi nella mente e rimanervi per tutta la vita, scatenando ondate di nostalgia’, senza che se ne sappia il perché, senza poterle controllare, e quella di danzare, anche, tanto quanto si vorrà e si potrà, non perché sia bello, ma perché il corpo ne ha bisogno.
È una promessa, dunque, una tensione, ciò che pongo innanzitutto come obiettivo attraverso un sottotitolo ironico e un po’ mendace che esibisce la sua connivenza con il musical: resisterci cedendoci. Non è forse questa una possibile definizione del desiderio?

